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IL CONCILIO " RIVOLUZIONE " BELLA ED ATTUALE

giovedì 13 giugno 2013

IL CONCILIO             

Il 1° luglio 1962, mons. Nicola Margiotta ordinava sacerdote don Angelo Argentiero, mesagnese, viceparroco tra S. Pancrazio e Mesagne, quindi parroco della Collegiata di Tutti i Santi a Mesagne dal 1° gennaio 1985 e per diversi trienni vicario foraneo, nonché responsabile dell’ufficio missionario diocesano.
Don Angelo, cosa ricordi di quei mesi, i primissimi del tuo sacerdozio, che precedettero il grande evento dell’11 ottobre 1962?
C'era un grande entusiasmo, che ho condiviso con l’arciprete di Mesagne, don Daniele Cavaliere. Egli subito avvertì la novità: vedevo il suo entusiasmo e la volontà di far capire alla gente cosa accadeva… Pensò a un foglio periodico della Parrocchia, lo chiamò “Il Campanile”, lo fece registrare…. Noi avevamo idee sui concili della storia, ma non di un concilio contemporaneo, di cosa potesse fare e a cosa potesse servire…
E che cosa ricordi degli anni della preparazione in seminario?Gli ultimi anni di teologia sono quelli della tua preparazione e il Papa aveva già annunciato il Concilio…
Era tutto quieto in seminario. Non si parlava del Concilio, anzi, veniva una sorta di critica… “In un tempo in cui i collegamenti con il mondo sono facili ed efficaci - si diceva - a che serve un Concilio? Il Papa ha la sua autorità. Ma, volendo esprimere un’autorità condivisa, con il telefono raggiunge i vari vescovi, li sente ed esprime poi l’eventuale dogma”. Invece andò tutto diversamente….
Quale fu la prima cosa che cambiò dopo il Concilio, rispetto al periodo in cui ti preparavi ad essere sacerdote?
Intanto qualcosa di strano, che mi colpì era il fatto di aggiungere nel canone S. Giuseppe: Papa Giovanni XXIII aggiunse lo sposo Giuseppe. È un fatto teologico molto più importante di quanto non potesse sembrare. Cioè: se sta Maria, e Giuseppe è stato accanto a Maria e Gesù, perché non nominarlo? Scandalo! Tra qualcuno dei cardinali è stata discussa tale questione, che a me sembrava logica e forse banale. Io ho iniziato a celebrare la messa nel 1962: messa in latino, secondo il canone, con le spalle rivolte alla gente. Ricordo che abbiano iniziato con una messa bilingue: in italiano la Liturgia della Parola e in latino il Canone, che rappresentava la parte storica, intoccabile, con la preghiera liturgica …
E com’è cambiata la Chiesa in questi anni?
Penso subito alla celebrazione rivolta al popolo: è sembrata molto faticosa per alcuni. Tutto cambia con l’incontro, il guardarsi. Per i preti è stata quasi una soggezione, ma era molto più logico, specialmente per quanto riguarda la preghiera eucaristica. Per il resto, le letture in italiano, se le dovevi proclamare, dovevi farle sentire a un popolo adunato.
Ma in questi 50 anni si è riusciti a far capire di più cos’è il Popolo di Dio?
Teoricamente sì: è ancora un po’ difficile sentirsi Popolo di Dio. Come faccio a sentire che il Popolo di Dio è partecipe di un battesimo e si rallegra di un bambino che entra nella comunità? Credo che non sia sempre facile, specialmente nelle messe rituali, per la gente che viene alla messa e con i minuti che sono contati…                      
C’era più fede 50 anni da rispetto ad oggi? O no?
La fede di ieri era una fede cieca: la gente conosceva la Chiesa, anche la Bibbia. C’era una grande attenzione e il desiderio e il bisogno di capire. Si riusciva a farlo nelle feste dove c’erano Novene e nella Quaresima. Mi raccontavano che gente nostra, contadina, andava in campagna regolarmente, tornava a casa, si portava la sedia in chiesa per seguire il padre predicatore, poi andava a cenare. Avvertiva dunque la necessità di una formazione.
Che aria si respirava in quegli anni di grande fermento per la chiesa e la società?
Il grande fermento nella chiesa c’è stato per la Parola di Dio in italiano. Con don Daniele abbiano sentito il bisogno di fare un pensiero di omelia, perchè la traduzione della Bibbia era quella della Utet, presa in prestito in attesa del testo ufficiale. È stato un beneficio prendere i brani, ma c’era il bisogno di renderli comprensibili…
Ma avresti immaginato il tuo sacerdozio così, a cavallo del Concilio?
Assolutamente no, ma il Concilio è stata una rivoluzione, molto bella e attuale. Ricordo uno stile di chiesa piramidale, che non vuole dire il Papa al vertice, perché il vertice della piramide in loco era il Parroco…
Vuol dire che la chiesa ora la sentiamo più nostra?
Non so quanto i laici riescano a sentirla nostra, perché molti pensano che il sacerdote-parroco sia tutto. C’è ancora chi ti dice: “Vengo a salutare il padrone di casa”. Lo fanno per affetto, ma credo che non si sia entrati pienamente nel sentirsi padroni di casa, cioè Popolo di Dio.



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