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Arcidiocesi di Brindisi - Ostuni

I PARROCI

I PARROCIDON DANIELE CAVALIERE
Nacque a Mesagne il 20 giugno 1909 da Vincenzo Cavaliere – in città da tutti conosciuto come “Nzinu ti la Rossa” – e da Maria Carmela – “donna Carmela” – Tiberini ed il 1° agosto successivo ricevette il sacramento dell’iniziazione cristiana nella Chiesa matrice dal canonico don Noè Campi ed al fonte battesimale gli fu anche imposto il nome di “Giuseppe”. Cresimato a sette anni, compì gli studi ginnasiali a Brindisi e completò gli studi liceali al “Palmieri” di Lecce. Dopo gli studi teologici nel Pontificio seminario regionale di Molfetta, fu ordinato sacerdote il 23 settembre 1933 e cantò la sua prima messa solenne il giorno successivo nella
chiesa matrice di Mesagne. Dall’anno successivo fu accolto nel clero brindisino ed iniziò nel capoluogo un’intensa opera in favore dei giovani non solo come Rettore del Collegio vescovile e del Seminario minore, ma anche come docente di religione nel liceo classico “Marzolla”. Fu anche responsabile diocesano della Gioventù di Azione cattolica e se moltissimi furono i giovani da lui “incontrati” ed ai quali ha parlato con entusiasmo, infiniti sono gli amici, che da ogni luogo lo hanno ricordato – e per tutta la vita – per i benefici della sua azione pastorale quando, scoppiato il II Conflitto mondiale, egli si arruolò, come volontario, nel 1941, nel servizio di Cappellano militare del 20° Reggimento fanteria “Brescia”. Fu accanto ai militari per undici mesi in Pirenaica e in Inghilterra per 4 lunghi anni di prigionia. E dall’assistenza ai militari – finita la guerra – a quella dei detenuti nel carcere di Brindisi ad al fianco di chi soffre dirigendo l’Opera diocesana di assistenza.
Nel 1949 fu nominato canonico del Capitolo cattedrale di Brindisi ed il 12 febbraio 1955 ricevette la nomina di arciprete curato della Collegiata di Tutti i Santi in Mesagne, ufficio al quale ha adempiuto dal 1° maggio di quell’anno fino al 31 dicembre 1984, momento in cui, compiuti i 75 anni, rassegnò le dimissioni in base alle nome del Codice di diritto canonico.
Un’intera esistenza – è facile rilevarlo – spesa per il popolo di Dio con un sacerdozio segnato da fede limpida e robusta. Don Daniele credeva nel carisma del sacerdozio per cui offrì il ministero illuminato ai seminaristi ed agli studenti, ai giovani di Ac ed ai ragazzi nelle colonie, ai militari e ai detenuti. Uomo di fede che andava all’essenziale, fuori dagli orpelli del devozionismo, disincantando con espressioni talvolta paradossali, pietismo e formalismi, indirizzando la pietà popolare verso i valori evangelici. Se è vero che la parola manifesta la ricchezza del cuore, senza convinzioni di fede autentica, don Daniele non sarebbe stato il “Ministro della Parola”, non solo per trent’anni nella chiesa Matrice di Mesagne, ma sui pergami prestigiosi di tante chiese in diocesi e fuori, e nei tanti incontri volturali, religiosi e laici, nei quali fu ardente e forbito oratore. Forse non scrisse, se non in poche occasioni, perchè si sentiva più realizzato nell’arte dell’eloquenza, per forza di comunicativa, con cui avvinceva l’uditorio. Ed alla fede attinse lo stile di chiesa, sintonizzato sul rinnovamento conciliare. Seguì ed applicò la riforma liturgica, promosse il confronto anche con le posizioni avanzate dei teologi contemporanei, pur respingendo le effimere suggestioni del dissenso. Fu puntualmente presente ai corsi cristologici della Cittadella di Assisi, attento alle aperture al nuovo e lo stile di Chiesa lo rese uomo del dialogo, senza ombra di radicalismi, quando la conflittualità delle ideologie imperversanti anche in Mesagne rendeva talvolta difficili i comuni rapporti umani e sociali.
Ma dove più si riflette lo stile di chiesa fu nell’amore verso i poveri. Egli stesso fu povero: senza trascurare il rapporto con la piccola borghesia locale, non rinunciò mai alla condizione di povertà, con lo sguardo fiducioso verso la Divina Provvidenza e la povertà dunque è stato l’ultimo insegnamento del pastore e del maestro, testamento di trasparenza evangelica.
Scelse di riposare – dal 5 agosto 1990, data in cui lasciò il cammino terreno – sotto la nuda terra, accanto ai poveri, per condividere, in umiltà, con essi la “beatitudine” promessa da Cristo in vista del Regno dei cieli.

(rid. da Angelo Catarozzolo, Daniele Cavaliere (1909-1990), in “I Mesagnesi”, Crsec BR/23-Ist. Culturale Storia e Territorio, Mesagne 1998)
 
MONS. ANTONIO EPICOCO
Mons. Epicoco nacque a Mesagne il 1 gennaio 1883 da Giovanni ed Elena Poci dopo aver frequentato le scuole in loco, nel 1889 lo troviamo in seminario ad Oria, alunno della terza ginnasiale. Qui tra i suoi maestri trovò la sua prima guida spirituale don Antonio Stella di Martano. Per lui fu un faro e fece dell’Epicoco un autentico “vignaiolo” per la vigna del popolo di Dio.
Parroco della Chiesa Matrice, dall’11 febbraio 1928, per volere dell’Arcivescovo di Brindisi, mons Fra Tommaso Valeri, quando ancora la Chiesa Madre era unica parrocchia, “papa Ntunucciu”, come divenne presto per tutti, cercò sempre di dedicare la massima attenzione al culto facendo sì che questo non fosse fine a
se stesso ma, proprio attraverso di esso, il popolo di Dio che era a Mesagne, vivesse appieno la sua cattolicità e si sentisse davvero parte della Chiesa Universale. Il suo grande impegno nella parrocchia passò attraverso la cura delle anime, la celebrazione delle sacre funzioni e la solennità come prima dignità del Capitolo. A lui si deve il restauro del Soccorpo, la fusione di due campane, la più piccola e la seconda dopo la campana maggiore, fuse dalla ditta Poli di Vittorio Veneto, due altari di marmo, quello dello Spirito Santo, e quello dell’Assunta con il restauro del grande quadro in occasione della Definizione Dommatica dell’Assunzione di Maria Santissima, due grandi nicchie ai lati dell’altare della Madonna del Carmine, tutti i finestroni (circa 24)intelaiatura di ferro e vetri colorati, due dei quali istoriati, il maggiore è quello del coro; inoltre la ricostruzione della volta della chiesa dei SS Cosimo e Damiano.Ogni opera coincideva sempre con avvenimenti importanti , con tappe fondamentali per il cammino della Chiesa Universale. Nell’anno Santo straordinario della Redenzione restaurò il Soccorpo della Chiesa Matrice.
Dopo 26 anni di cura delle anime, l’arciprete mons. Antonio Epicoco, ormai stanco ed avanzato negli anni e dopo ripetute domande al legittimo superiore, l’arcivescovo mons. Francesco De Filippis, volle spontaneamente dimettersi il 31 dicembre del 1953. Il 17 dicembre 1968 lasciò la vita terrena e la comunità in lacrime. Certamente , quando si presentò al Padrone della vigna per rendere conto del suo operato, non aveva le mani vuote.


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